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Global minimum tax e dazi: occorre una vera fiscalità europea

Global Minimum Tax E Dazi: Occorre Una Vera Fiscalità Europea

I profili evolutivi della global minimum tax e i nuovi dazi da parte degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione europea sono strumenti tra loro diversi, che rispondono a logiche applicative distinte, ma potenzialmente accomunati da una finalità più ampia: evitare distorsioni dei mercati internazionali e rafforzare la coesione e la capacità decisionale dell’Europa. A livello comunitario, dunque, la fiscalità assume oggi una nuova connotazione: non più, soltanto, strumento per reperire risorse, ma veicolo per l’Unione europea per porsi come parte attiva della scena internazionale, così da costruire un senso di appartenenza tra gli Stati membri. Un percorso non semplice, anche perché si tratta prima di tutto di una sfida politica e culturale: trasformare la fiscalità in leva di sovranità condivisa.

Le tensioni internazionali degli ultimi mesi hanno riportato al centro del dibattito il diritto tributario quale strumento al tempo stesso potenzialmente ritorsivo nei rapporti tra Stati e fattore di coesione e di integrazione.

Basti pensare ai nuovi dazi da parte degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione europea e ai profili evolutivi della global minimum tax (GMT).

Strumenti (i dazi e la GMT) tra loro diversi, rispondenti a logiche applicative distinte, ma potenzialmente accomunati da una finalità più ampia: da un lato, evitare distorsioni dei mercati internazionali, dall’altro, e per restare appunto all’Europa, rafforzare la coesione e la capacità decisionale dell’Unione.

L’idea di un’imposta minima globale sulle multinazionali aveva preso forma in ambito OCSE/G20 come risposta alla concorrenza fiscale tra Stati e alle pratiche di erosione delle basi imponibili su scala internazionale. Fenomeno al quale il progetto BEPS (base erosion and profit shifting) aveva inteso fornire una prima risposta.

Il fine ultimo della global minimum tax è stato chiaro sin dall’inizio: garantire che le grandi imprese versino ovunque un livello minimo di imposte. Una misura fiscale, dunque, volta ad evitare che le strategie di pianificazione fiscale aggressiva sottraggano materia imponibile agli Stati.

Per l’Europa, l’applicazione della GMT rappresenta ben più di un mero adeguamento all’evoluzione del dibattito sorto in seno ai consessi internazionali: si tratta di un banco di prova per la capacità dell’UE di muoversi come soggetto politico unitario.

In questo contesto, il vero problema europeo sulle tematiche fiscali è sempre il solito, da tempo: la regola dell’unanimità – prevista dai Trattati – per le decisioni nella materia tributaria. Superarla è urgente e doveroso. Anche perché, fino a quando non avremo una fiscalità comune, non avremo un’Europa unita, e non avremo una fiscalità comune senza il superamento dell’unanimità in materia, quale vincolo che, oltre a inibire ogni iniziativa fiscale dell’Unione, impedisce il riconoscimento di una vera sovranità fiscale a livello comunitario.

D’altra parte, una fiscalità comune avrebbe un valore non soltanto economico, ma anche simbolico: pagare imposte “comuni” per tutti gli Stati membri significherebbe contribuire al bene collettivo europeo, e rafforzare un senso di appartenenza condivisa.

Così ragionando, non può non destare perplessità la prospettata disapplicazione della GTM nei confronti delle (sole) multinazionali statunitensi. Una simile esclusione, se confermata, rappresenterebbe un passo indietro significativo, perché si risolverebbe un minor aggravio impositivo proprio per quel nucleo di grandi imprese multinazionali che l’imposta minima globale intendeva (ragionevolmente ed equamente) colpire. Si tratterebbe, poi, di un duro colpo alla credibilità di un processo negoziale che ha richiesto oltre un decennio di lavoro in sede OCSE e G20, e rischierebbe di trasformare la GMT in un tributo incapace di garantire realmente parità di condizioni sul piano fiscale internazionale.

Il dibattito sulla GMT non può, però, essere isolato dal più ampio contesto della governance europea degli strumenti economici e fiscali.

E in particolare dal bailamme sui dazi.

Non è questa la sede per esaminare quanto accaduto in proposito nei mesi scorsi, ma qualche considerazione si impone.

Abbiamo assistito, da parte degli Stati Uniti, ad un utilizzo dei dazi del tutto improprio e distorto, quale vero e proprio strumento ritorsivo nei confronti di altri Stati. Ma questa non è la normalità di quel tipo particolare di imposte, anzi.

Proprio l’Unione europea si è dotata di recente di un tributo che dimostra come i dazi possano avere una funzione anche extra fiscale del tutto positiva e foriera di effetti benefici, il CBAM – Carbon Border Adjustment Mechanism. Esso imporrà, dal 1° gennaio 2026, agli importatori europei di beni ad alta intensità di carbonio provenienti da Paesi terzi, l’obbligo di dichiarare le emissioni incorporate nei prodotti e di acquistare, in misura corrispondente, certificati CBAM, il cui valore è parametrato al prezzo medio delle quote ETS. Il meccanismo, volto a compensare il divario regolatorio tra l’UE e Paesi privi di strumenti equivalenti, persegue l’obiettivo di riequilibrare le condizioni concorrenziali, garantendo un onere ambientale comparabile anche per i prodotti importati. In tal modo, il CBAM non solo tutela il mercato interno da fenomeni di “carbon leakage”, ma contribuisce – sia pure in via mediata – alla promozione della sostenibilità ambientale, realizzando una forma avanzata di fiscalità ambientale fondata sul principio dell’internalizzazione delle esternalità negative.

Il CBAM – diversamente da quelli di cui si è parlato nei mesi scorsi – non è in alcun modo un dazio protezionistico, anzi: mira a garantire coerenza tra politiche ambientali e dinamiche di mercato, evitando che le imprese europee, soggette a costi elevati per rispettare gli standard climatici, subiscano svantaggi competitivi rispetto ai prodotti importati da Paesi meno virtuosi.

E allora ecco che GMT e CBAM, così distinti tra di loro, condividono una logica funzionale: correggere asimmetrie nel mercato internazionale – fiscali o ambientali – e, al contempo, rafforzare la coesione dell’UE.

A livello comunitario, dunque, la fiscalità assume oggi una nuova connotazione: non più, soltanto, strumento per reperire risorse, ma veicolo per l’Unione europea per porsi come parte attiva della scena internazionale, così da costruire un senso di appartenenza tra Stati.

Un percorso non semplice.

Anche perché si tratta prima di tutto di una sfida politica e culturale: trasformare la fiscalità in leva di sovranità condivisa significa costruire un’Europa capace di guidare la globalizzazione, proteggere standard comuni di crescita e promuovere uno sviluppo sostenibile.

In altre parole, significa affermare che l’Unione europea non subisce il mercato, ma lo indirizza, facendo della coesione interna e di un senso di responsabilità collettiva il fulcro della sua strategia economica di lungo periodo.

(*) Preside della Facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

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