Intelligenza artificiale, Godzilla e le farfalle

Sono sempre stato ottimista e fiducioso nel progresso, ma qualche preoccupazione il dilagare dell’entusiasmo per l’intelligenza artificiale me la induce. A quanto ho capito, l’intelligenza artificiale scimmiotta, per il settore che ci interessa (il tributario), il ragionamento umano, ma fondandosi esclusivamente sulla ricorrenza statistica della vicinanza dei lemmi del discorso. Ci sono però dei problemi. Allora che fare? Ben venga l’intelligenza artificiale come whistleblower: come selezionatore di casi da indagare, ma gli sia radicalmente impedito di partecipare alla valutazione della prova nel processo tributario o, horribile auditu, alle decisioni dei giudici! Dovremmo, in conclusione, probabilmente amare di più ciascuno il proprio lavoro e, soprattutto, la sua umanità.

Ogni epoca ha le sue paure. Dopo quella, che si spera non torni, della guerra atomica, ora ne abbiamo due: il Riscaldamento Globale e il Rimbecillimento Totale.

Sono sempre stato ottimista e fiducioso nel progresso, ma qualche preoccupazione il dilagare dell’entusiasmo per la Intelligenza Artificiale me la induce.

Non ho paura della Intelligenza Artificiale, ma della sventata stolidità di chi la propaganda per ogni dove, come avrei paura del bisturi del proctologo in mano a un gorilla.

In primo luogo, perché non sono sicuro – semmai qualche informatico mi tranquillizzerà – che sia stata superata dall’odierna tecnologia la antica definizione del computer come “cretino velocissimo”. A quanto ho capito, la intelligenza artificiale scimmiotta, per il settore che ci interessa, il ragionamento umano, ma fondandosi esclusivamente sulla ricorrenza statistica della vicinanza dei lemmi del discorso. Non capisce un piffero.

Mentre nella matematica i termini sono tendenzialmente univoci e altrettanto univoca è la direzione della evoluzione, credo, e cioè verso l’aumento della massa dei dati o del numero o complessità della interazione tra essi, il linguaggio naturale usato dal diritto è ambiguo e la sua evoluzione non dipende dall’aumento dei dati o della complessità, ma dalla evoluzione nella individuazione dei valori.

Detto in sintesi, ci sono almeno due grossi problemi.

Il primo è che insegnano gli ingegneri che “garbage in, garbage out”: la qualità del prodotto della macchina dipende dal materiale che processa: il materiale tributario disponibile è, eufemisticamente, ‘na schifezza: montando liquame non si ottiene panna, se mi si passa la celia.

Il secondo è che l’analisi dei dati, l’analisi della gran massa dei dati disponibili (per esempio la motivazione delle sentenze già emesse) è operazione strutturalmente rivolta al passato e al presente ma, se si tratta di una analisi statistica, come è possibile che una nuova tesi sorga e il diritto si evolva e adatti? Quando mai una soluzione innovativa potrebbe raggiungere la massa critica per prevalere, anche inserendo eventualmente dei perturbatori, se l’algoritmo procede comunque in via statistica? Detto altrimenti, un decisore automatico sembra alla mia ignoranza un conservatore cieco e sordo, e questi sono i pregi, perché poi è anche stupido.

Che non si tratti di semplici preoccupazioni o deliri, temo sia dimostrato dalla esperienza: già solo la combinazione del copia e incolla (che è una versione da kindergarten della intelligenza artificiale) e di una tipica espressione giuridica ambigua (“ha assolto l’onere della prova”) ha creato mostri tipo Godzilla che da almeno un decennio si aggirano nella Tokio del diritto.

A furia di copiare per poter motivare velocemente ci si è dimenticati che “assolvere l’onere della prova” significa “provare”, che la relativa verifica è parte del giudizio di fatto, e, nonostante l’apparenza non ha nulla a che vedere con le regole. Il danno gigantesco che questo errore sta facendo è aver, in parte, trasformato la Corte di Cassazione in… Corte degli Appelloni, con il duplice pernicioso effetto di sotterrarla di arretrato, costringerla a un superlavoro indegno della dignità della sua funzione e finire per farla legiferare, prima su come si dà la prova, e poi, con risultati quasi distopici, anche sul piano del diritto sostanziale (di copia in copia sul piano della mera tecnica redazionale, finisce per saltare, inavvertitamente, anche il confine tra prova e disciplina sostanziale). Come l’approdo per cui il socio è tassato anche sulle spese della società: ad esempio l’amministratore va in vacanza con le casse sociali e si sarebbe arricchito il socio derubato.

Che fare?

Credo che la risposta, in teoria, sia solo una: ben venga l’intelligenza artificiale come whistleblower: come selezionatore di casi da indagare, ma gli sia radicalmente impedito di partecipare alla valutazione della prova o, horribile auditu, alle decisioni.

Temo però che sia una profilassi difficile: Frank Zappa diceva che la cosa più diffusa nell’universo è la stupidità, io credo che sia una bella lotta tra stupidità e pigrizia. Pigrizia che sarebbe una dote in mano agli intelligenti (in fondo anche la ruota è stata inventata da un pigro), ma che altrimenti credo sia peggio di un virus pandemico.

Già un paio di giudici ho sentito rivendicare pubblicamente che non leggono gli atti ma se li fanno riassumere in non più di dieci pagine da Chat GPT. Voi vi fidereste di un medico che, dato che non ha tempo di ascoltare la vostra anamnesi e studiare la vostra condizione si affidasse al Cugino Scemo – ma dalla ottima memoria – appena uscito dal Manicomio?

Io no, ma è una sfida difficile: anche perché il copia e incolla si riconosce, ma il lavoro della AI? Nell’arsenale delle parti dovrebbero essere inseriti i software di riconoscimento del prodotto degli algoritmi, e introdotto il vizio di difetto di umanità della sentenza.

Dovremmo, in conclusione, probabilmente amare di più ciascuno il proprio lavoro e, soprattutto, la sua umanità.

L’alternativa è lo scenario magnificamente descritto da Italo Calvino, già nel 1973: “Le macchine che da tempo sapevano di poter fare a meno degli uomini, finalmente li hanno cacciati; e dopo un lungo esilio gli animali selvatici sono tornati a occupare i territori strappati alla foresta: volpi e martore allungano la soffice coda sui quadri di comando costellati di manometri e leve e quadranti e diagrammi; tassi e ghiri si crogiolano sugli accumulatori e sui magneti. L’uomo è stato necessario: adesso è inutile. Perché il mondo riceva informazioni dal mondo e ne goda bastano ormai i calcolatori e le farfalle”.

Copyright © – Riproduzione riservata

Per accedere a tutti i contenuti senza limiti abbonati a IPSOA Quotidiano Premium

1 anno
€ 118,90
(€ 9,90 al mese)

Primi 3 mesi
€ 19,90
poi € 35,90 ogni 3 mesi

Fonte