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Le sfide della tax governance e della fiscalità internazionale

Le Sfide Della Tax Governance E Della Fiscalità Internazionale

La fiscalità internazionale sta pagando dazio: il fisco internazionale è incapace di far fronte alle incertezze del quadro geopolitico e più in generale agli sfidanti megatrends globali (cambiamento climatico, disruption tecnologica, instabilità sociale, etc.) che rendono ancor più ardua la ricerca del “giusto” sistema fiscale. Le soluzioni ci sarebbero ma serve coraggio per approvare riforme vere e tempestive, serve una via europea per ragionare sull’abbandono dei confini territoriali della tassazione. Per guidare questo cambiamento, un aiuto potrebbe giungere dalla diffusione di un approccio preventivo nella gestione della fiscalità e quindi dall’estensione più marcata dei programmi di cooperative compliance o adempimento collaborativo: la stella polare è la gestione più efficace dei rischi fiscali, in modo da ridurre l’esposizione a verifiche fiscali e contenziosi.

Questioni attuali di tax governance e fiscalità internazionale è un’opera collettanea con l’ambizione di trattare le tematiche fiscali di maggiore interesse che riguardano le aziende e le persone con vocazione internazionale. Se si preferisce un “manuale vivo”, che sarà aggiornato con buona cadenza e che abbraccia a tutto tondo le vicende di fiscalità specialistica con un piglio sì sistematico e di approfondimento, ma soprattutto agganciato alla pratica professionale e quindi alla soluzione del caso concreto.

Il volume consta di due parti, la prima dedicata alla tax governance e la seconda alla fiscalità internazionale ma, se si riflette bene, come intuisce Fabrizia Lapecorella nella Prefazione, il leit motiv è unico perché sia le regole di buona governance che quelle di fiscalità internazionale, sia le iniziative legislative che quelle di soft law, sono animate dalla volontà di costruire un framework internazionale che tenda alla standardizzazione delle regole, seguendo la stella polare della certezza del diritto, valore assoluto soprattutto in mondo che cambia così in fretta nelle sue dinamiche economiche e prima ancora politiche e sociali.

La fiscalità internazionale sta pagando dazio

Questo percorso di costruzione di una architettura condivisa sta in realtà attraversando un momento di grande difficoltà, figlia delle incertezze del quadro geopolitico e più in generale degli sfidanti megatrends globali, ovvero il cambiamento climatico, la disruption tecnologica, i movimenti demografici, la multimodalità e l’instabilità sociale, che rendono ancor più ardua la ricerca del “giusto” sistema fiscale.

Potremmo dire, stando ancor più sulla attualità, che la fiscalità internazionale sta pagando dazio e fa fatica a seguire quel filo conduttore che soprattutto la soft law dell’OCSE (e invero anche delle Nazioni Unite, che di recente sta provando a giocare un ruolo più incisivo sulla fiscalità) stava provando a tracciare.

Il fisco internazionale è incapace di far fronte alle turbolenze cui si accennava, segnate da guerre reali e tariffarie, in un contesto dove i confini tra politica ed economia sembrano svanire e dove la leva tributaria, diretta o indiretta che sia, sembra essere confinata al ruolo di strumento per alimentare le guerre stesse, smarrendo le sue funzioni più nobili, su tutti quella redistributiva, che discende dai canoni costituzionali di uguaglianza e solidarietà. A ben guardare forse questa debolezza, messa in luce in particolare dalle iniziative dell’amministrazione Trump – e dalla presa di distanze di quest’ultima e della Cina dal cosiddetto Pillar 2 – presenta radici più profonde, figlie dell’inadeguatezza delle regole attuali a intercettare e tassare in modo equo ambienti e fenomeni sempre più complessi e immateriali.

Servono riforme vere

Invero, le soluzioni ci sarebbero e molte hanno anche trovato spazio in proposte di riforma, quindi, forse, più che di inadeguatezza delle idee o degli attori è corretto parlare di scarsa tempestività o coraggio ad approvare riforme vere, che sono tali solo se incidono sul peso e la struttura dei tributi e sono capaci di parlare ai fenomeni in corso. Dovremmo riprendere con maggiore coesione le discussioni europee su queste ipotesi di riforma, prendendo atto della rilevanza di attori economici non territoriali e non statali che producono ricchezza da assoggettare ad imposizione in modo equo, andando oltre l’imposta sui servizi digitali, che da soluzione temporanea (e insoddisfacente) sembra essersi trasformata in permanente.

In altre parole, occorrerebbe trovare una via europea con intendimenti non dissimili da quelli del Pillar 1 OCSE, che oggi sembra fermo, facendo leva sul fatto che la politica commerciale è competenza dell’Unione e che è giunto il momento di cercare convergenza tra i Paesi membri anche sulla fiscalità diretta.

Il riferimento non è solo alla proposta di tassazione su base consolidata (Befit), ma anche a concetti come stabile organizzazione (o, più semplicemente, “presenza”) digitale, nuove regole di transfer pricing, sorte del Pillar 2 (forse basta un adattamento delle regole CFC, visto che gli USA tengono stretta la loro Gilti?) e, perché no, misure di attrazione di investimenti. Occorrerebbe ragionare, più nel dettaglio, sull’abbandono dei confini territoriali della tassazione, su cosa si intende per value created, sulla effettiva valutazione del “se” sia così decisiva la partecipazione degli utenti alle piattaforme, fino a capire se non è forse giunto il tempo di passare ad una concezione puramente oggettiva del reddito basata su una sua ripartizione formularia (formulary apportionment), coordinata con le accennate proposta Befit e rinnovate regole di transfer pricing.

Per guidare questo cambiamento, che è complesso, un aiuto potrebbe giungere dalla diffusione di un approccio preventivo nella gestione della fiscalità e quindi dall’estensione più marcata nei Paesi membri dei programmi di cooperative compliance o adempimento collaborativo. Programmi, peraltro, come emerge chiaramente nel volume, che sempre di più vanno “oltre” i benefici che possono portare in ambito fiscale, in quanto si “integrano” con gli altri sistemi di controllo interno, nell’ottica di un miglioramento complessivo della governance e della reputazione aziendale, valore sempre più rilevante.

La stella polare è la gestione più efficace dei rischi fiscali, riducendo l’esposizione a verifiche fiscali e contenziosi, che dovrebbero tendere a rappresentare l’extrema ratio.

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