Calcio e Fisco. Meno regole e più vita
- 14 Marzo 2026
- Posted by: Studio Pozzan
- Categoria: News Commercialista

Calcio e Fisco italiano sono gemelli separati alla nascita. Il calcio veniva praticato ai giardinetti e nei campi da gioco in modo disordinato fino all’invenzione della moviola. A dare il colpo di grazia è ora pronto il VAR: con l’illusione della giustizia immediata e assoluta, bisogna aspettare se il gol verrà convalidato. Non si tifa per il calcio, ma per il giudizio. Ma i giudizi sono tutti opinabili, a differenza degli ineluttabili fatti della vita. Lo stesso accade nel diritto tributario: invece che incentivare la produzione di ricchezza e serenamente contribuire per la propria quota al benessere che lo Stato dà, è tutto un discutere sulle regole e seppellirsi sotto decine di adempimenti formali e inutili che, con il pretesto di introdurre maggiori controlli, impediscono di produrre e prosperare. Il tributo non dovrebbe essere “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”, ma strumento di prosperità e giustizia: forse anche il Fisco dovrebbe tornare alla semplicità e naturalezza dei vecchi giardinetti!
Calcio italiano e Fisco italiano sono veramente gemelli separati alla nascita.
Così come un giovane fa, un adulto si limita e un anziano recrimina, una società giovane produce cose, una società matura produce regole, una società decadente si consuma in liti e processi.
È stato così per il calcio, praticato nelle strade ai giardinetti e nei campi da gioco in modo disordinato e vitale fino all’invenzione della moviola. Carlo Sassi, alla Domenica Sportiva, nel 1967, aggiunse, senza saperlo, alla dimensione ludica del calcio quella giuridica. Un progresso apparente, ma una iattura reale. La dimensione giuridica lentamente si è evoluta, e, da una prosecuzione della rivalità da bar quando il gioco sembrava terminato, è tracimata progressivamente. Sono ormai anni che i commenti, degli spettatori e dei giornalisti, in diretta e in differita, sono prevalentemente dedicati alle questioni regolamentari, e non alla bellezza dei gesti tecnici o al pathos della gara.
Basti pensare alla tragicommedia del calcio di rigore: da punizione proporzionata a chi privava l’attaccante di una occasione da gol, ripristinando, con un calcio libero davanti al portiere, a furia di fissare sulle regole e non sulle cose è diventata una specie di lotteria, dove c’è un grande premio per l’attaccante che riesce a inciampare nel difensore o a centrarlo con la palla. Tutto al contrario, invece che dover cercare di far gol evitando i difensori, bisogna andarli a incocciare e con i difensori obbligati, invece che a cercare di contrastare palla e difensori, a cercare di evitarli, possibilmente tenendo le mani dietro la schiena e ballonzolando come nella corsa nei sacchi, mentre la palla va indisturbata in rete.
Un brutto spettacolo come quello, nel diritto tributario, dei contribuenti onesti troppo spesso preoccupati di adempimenti e controlli formalistici con correlati dispendio di energie e contestazioni degli arbitri facili da “fischiare” ma capziose, mentre gli evasori (quelli veri) agiscono indisturbati.
A dare il colpo mortale, nel calcio, sembra ora pronto il VAR. Con l’illusione della giustizia immediata e assoluta, il VAR produce il risultato – abnorme – di spezzare l’unità aristotelica e il ritmo naturale del dramma sportivo. Non si può gioire o disperarsi quando le cose succedono, ma bisogna aspettare, con un sotterraneo – ma terribile – senso di angoscia, se il gol, a favore o contro, verrà convalidato. È una specie di orgasmo represso che piacerebbe tanto a uno psicanalista freudiano osservante, ma meno alle persone sane di mente: un gioire o soffrire che rapidamente diventa fittizio o posticcio. L’attaccante esulta, la gradinata esulta, ma è tutto provvisorio, malfermo, plastificato e morto.
È come se, al ristorante, non si potesse godere, individualmente, liberamente spontaneamente, del piacere della cucina, ma si potesse apprezzare il cibo solo nel ricordo, solo dopo la conferma della recensione del critico gastronomico.
Non si tifa per il calcio, ma per il giudizio. Ma i giudizi sono tutti opinabili, provvisori e tardivi insieme, e insoddisfacenti, a differenza degli ineluttabili fatti della vita.
Ma c’è un pericolo peggiore: di disimparare a fare, di disimparare ad accettare, di disimparare, in fondo, a vivere.
Lo stesso accade nel diritto tributario: invece che incentivare la produzione gioiosa e vitale di ricchezza e serenamente contribuire per la propria quota al benessere che lo Stato ti dà, è tutto un discutere sulle regole, guardare cosa fanno gli altri, introdurre continue ingiustizie e recriminazioni per nascondere inefficienze e furberie, e seppellirsi sotto decine di adempimenti posticci, formali, defatiganti e inutili che, con il pretesto sbilenco di introdurre maggiori controlli, impediscono di produrre e prosperare.
Il tributo non dovrebbe essere, come orrendamente dicono certi politici, né “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”, né dovere morale a priori, sganciato da qualsiasi controllo democratico, ma strumento di prosperità e giustizia: forse anche il Fisco dovrebbe tornare alla semplicità e naturalezza dei vecchi giardinetti.