Diritto di voto e obblighi tributari: esiste una correlazione?

Esiste una correlazione tra crescente astensionismo dell’elettorato ed evasione fiscale? La risposta immediata è certamente quella negativa, non esistendo alcun modo per verificare se i cittadini che non esercitano il diritto di voto siano anche tra coloro che si sottraggono al pagamento delle imposte. Eppure, se si guarda alla Costituzione, è difficile sottarsi all’impressione che qualche nesso possa esserci. Quale? È comunque opportuna una riflessione su due comportamenti che hanno in comune la volontà di sottrarsi a precisi doveri, essenziali per il funzionamento di uno Stato democratico evoluto.

Esiste una correlazione tra crescente astensionismo dell’elettorato ed evasione fiscale? La risposta immediata è certamente quella negativa, non esistendo alcun modo per verificare se i cittadini che non esercitano il diritto di voto siano anche tra coloro che si sottraggono al pagamento delle imposte. È possibile che vi sia una parziale sovrapposizione tra i due insiemi di soggetti, ma sarebbe certamente arbitrario affermare che coloro che non votano evadono le imposte, e altrettanto indimostrabile sarebbe attribuire soprattutto agli evasori l’astensionismo dal voto.

Eppure, se si guarda alla Costituzione, è difficile sottarsi all’impressione che qualche nesso possa esserci e che sia opportuna una riflessione su due comportamenti che hanno in comune la volontà di sottrarsi a precisi doveri, essenziali per il funzionamento di uno Stato democratico evoluto.

La Costituzione riserva a tali doveri due disposizioni del titolo IV, accomunandoli in quanto pertinenti, entrambi, ai rapporti politici. L’art. 48, al secondo comma, Costituzione qualifica dovere civico l’esercizio del voto; l’art. 53 chiama i cittadini a concorrere alla spesa pubblica (“…sono tenuti…”) costituendo un vero e proprio obbligo, il cui inadempimento è, a differenza del dovere di voto, suscettibile di essere sanzionato. Lo spessore della situazione doverosa è dunque evidentemente diverso, nei due casi, ma, in qualche modo, sottrarsi al dovere civico del voto e sottrarsi all’obbligo contributivo sono due facce della stessa medaglia – quella del rapporto politico tra Repubblica e consociati – e sembrano esprimere un senso di insoddisfazione o, peggio, di indifferenza, verso l’insieme delle funzioni e dei servizi pubblici che il cittadino riceve dalla Repubblica.

Dal punto di vista sociologico o psicologico, questo può essere spiegato o come attenuata percezione del dovere (in un’epoca in cui troppo spesso si dimentica che nella società l’individuo assume anche delle responsabilità, oltre alla titolarità di diritti, che lo Stato moderno riconosce in modo molto ampio: altro obbligo costituzionale, venuto meno per legge, è quello di prestare il servizio militare) o come consapevole volontà di sottrarsi alla situazione doverosa; quest’ultimo atteggiamento a sua volta può essere frutto di deliberata volontà di trasgredire all’obbligo, per fini egoistici, ovvero essere frutto – anche – di un’autoassoluzione, con la quale ciascuno trova una motivazione per ritenere non riprovevole la propria trasgressione.

Sotto questo aspetto, il sottrarsi al voto ha meno giustificazioni egoistiche ed appare in qualche misura, paradossalmente, più grave, perché denota una sfiducia complessiva nell’istituzione e anche perché sta assumendo, nel tempo, una rilevanza probabilmente superiore, in termini statistici, rispetto all’evasione delle imposte (che per fortuna è molto lontana dalla soglia del 50%, che rappresenta ormai tendenzialmente la percentuale di votanti quanto meno nelle elezioni amministrative). Insomma, quello che accomuna i due comportamenti è che entrambi manifestano un sostanziale disinteresse, più o meno fondato sul pessimismo o sullo scetticismo, per le sorti della cosa pubblica, rispetto alla quale si pensa, individualmente, di essere sempre e comunque in posizione di credito; senza considerare quanto meno che, se tutti si disinteressassero delle sorti della cosa pubblica, questa non avrebbe risorse, economiche e politiche, per consentire l’esercizio dei diritti individuali. Insomma, esprimere il proprio voto sarà anche un dovere che non assurge a obbligo suscettibile di sanzione, ma sarebbe opportuno ricordare che rinunciare al voto non significa soltanto scegliere di non esercitare un diritto, ma anche contrapporsi ad un preciso dovere di concorso alla formazione degli organi rappresentativi di rilievo costituzionale.

Se poi, come potrebbe desumersi dalle analisi dei politologi, l’astensionismo dal voto va riferito a gruppi (lavoratori a basso reddito, giovani) che in realtà non possono evadere o comunque non lo fanno, il dato sarebbe ancora più preoccupante, perché indicherebbe che vi è un’ampia fascia di soggetti che evade, e un’altra fascia, composta in larga parte di persone diverse, che non va a votare.

Paradossalmente, il rapporto tra diritto di voto e pagamento delle imposte si rovescia a proposito di quanti, non essendo cittadini, non sono ammessi al voto, ma, essendo residenti, sono soggetti stabilmente alle imposte sui redditi sul reddito prodotto in Italia e all’estero. Probabilmente può ritenersi diffuso, tra soggetti in tali condizioni, il legittimo desiderio di veder riconosciuto in termini più ampi di quanto accada adesso il diritto di voto, quale conseguenza del conseguimento della cittadinanza; ma sappiamo che quest’ultima non assegna alcun valore automatico al ripetuto pagamento delle imposte personali sul reddito, al fine della cittadinanza. Eppure, chi paga le imposte in Italia, soprattutto se lo fa in dipendenza del proprio status personale e reiteratamente per più anni senza soluzione di continuità, adempie ad un obbligo che giuridicamente è qualificato, dalla nostra Costituzione, come elemento del rapporto politico tra individuo e Repubblica, tra individuo e comunità organizzata.

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