La Giustizia tributaria, il Gatto Mammone e la Bella di Torriglia

Il diritto tributario è un po’ come la “Bella di Torriglia, che tutti la vogliono e nessuno la piglia”. Al diritto tributario, e anche al diritto in generale, oggi si pretende di far fare solo cose praticamente sbagliate, sulla base del fatto che l’interesse pubblico è far pagare più possibile le tasse per ragioni di giustizia. Allora se l’Agenzia delle Entrate è il gatto che deve prendere i topi, il giudice non è un Gatto mammone, il gatto coi superpoteri, ma il custode della casa, che deve controllare che i gatti facciano il loro lavoro, nell’interesse del padrone, la collettività. La Costituzione, che stranamente è strattonata e trascinata al centro del dibattito ovunque, insegna che non esiste un interesse fiscale, ma l’articolo 53 Cost. per cui bisogna pagare il tributo giusto, per una causa giusta, che attui in modo proporzionato gli obiettivi giusti e democraticamente condivisi. Sinceri difensori della Costituzione cercansi, astenersi perditempo (e maghi).

A Genova si evoca spesso la figura – leggendaria – della “Bella di Torriglia, che tutti la vogliono e nessuno la piglia”. E il diritto tributario è un po’ così: tutti ne parlano ma nessuno in fondo se lo merita.

Al diritto tributario, e anche al diritto in generale, oggi si pretende di far fare troppe cose e praticamente solo quelle sbagliate. Viene in mente Wilfred Bion, psicologo del Novecento, che sosteneva che il mondo moderno è strano: le masse sono pazienti psichiatrici, che spesso fanno domanda di magia, e i leader sono sciamani (così spiegava le dittature: l’incontro tra tanti pazzi che hanno bisogno di un mago, e un pazzo che si crede il mago).

Il diritto di oggi è un po’ così: non si fa che sentire gente che evoca la legge” per la soluzione dei più vari problemi, dal disagio sociale alla mancanza di lavoro, il crollo del PIL o le malattie degli olivi, manca solo che si pensi di far andare i treni in orario per legge, in pratica, o una severa repressione della forfora.

E non si fa che leggere, in Italia, di legislatori che scrivono norme sempre più evocative e farraginose, per “dare una risposta”, praticamente incantesimi oscuri che dovrebbero risolvere problemi materiali, senza fare nulla.

Magia, appunto.

Il diritto tributario ci sta proprio in mezzo, visto che gli si attribuisce – scusate se è poco – tra gli altri luminosi fini, pure il compito di abolire la povertà e realizzare la giustizia.

Peccato che il diritto tributario, di per sé, non possa proprio far nulla di tutto ciò.

Il diritto tributario, se fossimo in teatro, sarebbe l’umile ma necessario trovarobe: è solo quello che asseconda le idee del regista e dello scenografo e trova i mezzi per mettere in scena la commedia (spesso, ahimè, la farsa o la tragedia).

Il diritto tributario non fa politica, non realizza obiettivi, non fa scelte: trova solo i mezzi.

Le “tasse” non hanno né ideologie né valori, e non lo dico mica io, lo dice la Costituzione: si pagano in rapporto alle proprie disponibilità, per finanziare la spesa pubblica.

I tributi non combattono la povertà, ma nemmeno la ricchezza.

I tributi non realizzano nemmeno la giustizia sociale: a quello pensa, se ci pensa, la spesa pubblica. E non la realizza, la giustizia, nemmeno l’imposta progressiva, che, secondo uno slogan – magico – sarebbe l’unica redistributiva (da ricchi a poveri, si sottintende). È doppiamente sbagliato: tutte le imposte redistribuiscono (da privato a pubblico) e imposte proporzionali possono aiutare i poveri (se finanziano solo persone bisognose) e, al contrario, imposte progressive possono aiutare i ricchi (finanziando campi di golf riservati a milionari).

Conta la spesa, non il tributo. Nessuno ne parla. Sospetto che non ci sia solo pensiero magico, qua, ma anche la precisa volontà di svincolare la politica dalla responsabilità: se discuto solo della giustizia del prelievo, da un lato chi può protestare contro chi fa il bene e, dall’altro, chi controlla se si fa solo il bene?

È come il prestigiatore: che ti fa guardare la mano che non fa il trucco.

È pericolosissimo attribuire ai tributi obiettivi politici, per quanto alti essi siano, perché significa fare discriminazioni travestite da operazioni tecnico contabili: si dirà che il Tecnico agisce per il bene, ma chi lo stabilisce, chi lo controlla, se è bene, se la scelta è nascosta?

Perniciosissima, in questa direzione, la fusione di Ministero dell’economia e Ministero delle finanze: il secondo è diventato il travestimento del primo, a lui asservito: e invece la loro separazione e la loro accesa dialettica erano – non inefficienza, ma – un presidio fondamentale di garanzia.

Nasce da qua l’idea dell’interesse fiscale come interesse a riscuotere il massimo ad ogni costo, al seguito di una spesa pubblica fuori controllo. Fuori controllo qualitativo, quello quantitativo esiste, ma è, di nuovo sbagliato. La UE mette limiti a quanto si spende e tutti ragionano dei livelli di spesa. Mai nessuno che si domandi “cosa ci compro” con la spesa. Eppure, sarebbe la cosa fondamentale.

Perché mai davanti ai negozi di telefonini alla moda c’è la ressa e davanti ad Agenzia Riscossione no? Solo perché siamo un paese di egoisti? Non direi proprio.

Nascono così, da questo equivoco, secondo cui l’interesse pubblico è far pagare più possibile per ragioni di giustizia, quasi tutte le giurisprudenze tributarie, che mi ricordano il vecchio aneddoto di quel bravo avvocato di Alessandria, che mi diceva, a proposito del giudice M: “per lei il codice di procedura penale è stato scritto per i colpevoli: assolvesse mai qualcuno!” I processi tributari sono tutte risposte alla domanda: “si deve applicare il tributo qua?”. Non è strano che la risposta sia praticamente sempre “”? Ci sono state sezioni di Commissione tributaria dove la percentuale di rigetto dei ricorsi professionali è stata, in qualche caso, 100%.

Statisticamente improbabile.

Ricordo una occasione formativa dove il presidente di una importante giurisdizione disse, ufficialmente, al microfono: “Questa Corte ha il problema del gettito”. Lui, non l’ente impositore. Se l’Agenzia delle Entrate è il gatto che deve prendere i topi, il giudice non è un Gatto mammone, il gatto coi superpoteri, ma il custode della casa, che deve controllare che i gatti facciano il loro lavoro, nell’interesse del padrone, la collettività.

Sono tutti atteggiamenti meritori, di ottima fede e gran senso civico, ma intrinsecamente sbagliati, e dannosi.

La Costituzione, che stranamente è strattonata e trascinata al centro del dibattito praticamente ovunque, e spesso quando non c’entra nulla, dice l’esatto contrario.

Insegna che bisogna sempre coniugare il potere coi diritti, che l’efficienza non è velocità e che non esiste un interesse fiscale ma l’articolo 53 Cost. per cui bisogna pagare il tributo giusto, per una causa giusta, che attui in modo proporzionato gli obiettivi giusti e democraticamente condivisi. I procedimenti devono essere mezzi efficaci per accertare la verità, non sono ostacoli a incassare somme già dovute.

Ci sono tanti ladri, ma non tutti gli imputati lo sono, perché nessuno è infallibile e, più in fretta o automaticamente si fa, e più si rischia di sbagliare, e dietro ci sono aziende, famiglie, vite.

L’evasione fiscale è un male terribile, ma il bisturi va usato dove serve, altrimenti si mutilano o uccidono persone sane.

A questo serve il diritto, a fare le cose giuste nel modo giusto: non a fare tanto e presto.

Sinceri difensori della Costituzione cercansi, astenersi perditempo (e maghi).

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